sabato, Maggio 25, 2024
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    Lord Madness: tra rap e black humor, l’intervista.

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    Nel suo ultimo album “Heath Ledger”, l’MC romano Lord Madness ritorna con forza sulla scena rap, presentando un lavoro che delinea le sue molteplici sfumature artistiche e personali. Disponibile dal 15 marzo su tutte le piattaforme grazie a Music Against the Walls, questo disco rappresenta un’immersione nell’universo del black humor mescolato con la street attitude.

    Lord Madness ha pubblicato l'album Heat Ledger

    Lord Madness si presenta come un joker delle rime, con una visione sarcastica e grottesca che oscilla tra il serio e il faceto, regalando al pubblico una prima metà di album ricca di banger e vivaci club anthem. Tuttavia, “Heath Ledger” non si limita a questa dimensione superficiale; nella seconda parte dell’album, l’artista si svela, mettendo a nudo la propria coscienza e lasciando emergere riflessioni profonde tra i beat e le barre. Abbiamo avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Lord Madness su questo nuovo lavoro, e siamo entusiasti di condividere con voi le sue parole.

    L’intervista a Lord Madness

    Nell’intro del disco metti le mani avanti e dici che sei stato etichettato come “il misogino, il pazzo, il violento, il sessista, l’omofobo” da gente che ignora che il tuo è “black humor”: che ne pensi del dibattito sul politicamente scorretto nel rap che c’è in Italia negli ultimi anni?

    L’Italia è un paese con tante contraddizioni, non si tollera la satira o testi spinti perché ritenuti scomodi, però si parla di libertà di espressione. L’ipocrisia di certi posti che ti negano lo spazio ma poi chiamano a suonare gangsta rapper, tanto i testi sono in inglese chi li capisce, poi a chi viene da fuori è concesso tutto. Io scrivo senza peli sulla lingua, chi vuole criticare, storcere il naso o passare oltre no problem. Il gusto verte sicuramente verso canzoni d’amore o rap emo adolescenziale. Sorry ma non ce la farei proprio. Le orecchie sono anestetizzate da stronzate enormi spesso dette anche male, almeno le mie stronzate sono fatte apposta per essere tali e far sorridere. 

    In un altro brano, “Il pezzo commerciale”, dici che “i dischi durano a malapena due settimane”: da cosa pensi che dipenda questa frenesia e, secondo te, si potrebbe fare qualcosa per invertire il trend? 

    Bisognerebbe far esplodere il web e resettare il cervello dei babbi di minchia, mi sembra un po’ troppo! Per i miracoli sto cercando di attrezzarmi ma mi pare che la moltiplicazione delle barre e dei flow non porti a molto. Anni fa eravamo ancora nel range del sopportabile, dal covid in poi si è giunti al punto del non ritorno, una sorta di gap generazionale che ha portato il propagamento del virus dell’idiozia. Qualcuno pensa mi ha conosciuto ora come artista, altri con dei ritardi evidenti pensano abbia smesso e sono passati a sentirsi le loffe in autotune.

    Visto che il tuo stile è molto diverso dalle tendenze di questi ultimi anni, cosa ti piace e cosa non sopporti della nuova scena rap italiana?

    Mi piace che il rap sia diventato un genere legato alla strada, peccato che l’abilità di chi lo fa conti molto poco, anzi è quasi un handicap. Come si può propsare Bello figo? Tanto per fare un esempio eh, ce ne sarebbero da citare. C’è una soglia di tolleranza che si è oltrepassata a dismisura. Non mi infastidisce nemmeno più, quando la scena è cinema prendo pop corn, quando è un circo prendo noccioline. Guardo lo spettacolo sulle paginette di gossip, ne prendo anche ispirazione per mettere in mezzo personaggi sempre nuovi e ridicolizzarli più di quanto non facciano già da soli.

    C’è qualche nuova leva che reputi interessante? 

    Baby Gang per street attitude e flavor internazionale, Kid Yugi per scrittura e knowledge. 

    Invece che tipo di legame c’è tra i rapper italiani della tua generazione, quelli che hanno iniziato negli anni 90? Alcuni sono ospiti nel disco… 

    Nei ‘90 ero un pupo, diciamo che mi ritengo middle generation. Io non guardo mai da che scuola vieni, non amo le etichette e non controllo i dati anagrafici degli artisti con i quali collaboro. Per farti un esempio, un sacco di trapper mi scrivono e si rispecchiano nella mia attitude. 

    Ti sei avvalso di molti produttori. Cosa ti ha portato a scegliere proprio loro ed escludere -per esempio- un producer unico? 

    Cerco sempre di dare più sfumature ad un disco, specie se cosi lungo. In “Delorean” i beat erano affidati tutti a Gian Flores, stavamo in lockdown e ci si sentiva molto, è stato comunque una bella esperienza, un disco che in futuro spero che molti scopriranno. In “Heath ledger” mi sono mosso d’istinto, negli anni ho allargato le mie vedute e volevo mettere più sound, quindi ho fatto selezione naturale. Promo rimane comunque il producer principale nonché supervisione e consigliere prezioso.

    Per finire: cosa ti aspetti da un album come il tuo nel mercato discografico attuale? Insomma, quali possono essere le prospettive di mercato per un artista con le tue caratteristiche?

    Non mi aspetto niente, “ciò che viene venga mi sta bene”. Magari mi eclisserò per un po’ e ricomparirò con una maschera alla MF Doom.

    Stefano Tosoni
    Stefano Tosonihttp://www.hiphopstarztour.com
    Founder of Hiphopstarztour.com - Nato nella Milano periferica sul finire degli anni '80, ho abbracciato il rap a 14 anni. Viaggiatore del mondo, vivo scrivendo di musica. Dopo 20 anni, il rap resta il mio primo amore, ma ho coltivato una passione crescente anche per il soul, il funk e le loro varie sfumature.

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