lunedì, Febbraio 26, 2024
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    OYOSHE: Al mondo esistiamo noi. L’intervista.

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    Se stai cercando un rap che ti colpisca dritto al cuore, senza peli sulla lingua e con una grinta inarrestabile, non cercare oltre. “A.M.E.N.”, il nuovo album di Oyoshe, è il pugno diretto nell’establishment dell’hip hop italiano. Con sonorità che spaziano tra il classico e il contemporaneo, Oyoshe non si limita a fare musica, ma a mandare un messaggio chiaro:

    Al Mondo Esistiamo Noi.

    Oyoshe, nome d’arte di Vincenzo Musto, non è solo un rapper; è un narratore appassionato della vita, un produttore talentuoso e un attivista sociale. La sua musica non è solo intrattenimento; è un riflesso della sua vita, delle sue esperienze e del suo impegno nel sociale. L’album “A.M.E.N.” è il suo manifesto, un grido di appartenenza a un mondo che a volte sembra distratto, un invito a dire “Ci Siamo” in una società che spesso dimentica di ascoltare.

    OYOSHE

    Questo album è un mix esplosivo di emozioni, messaggi e puro hip hop. Oyoshe passa abilmente da rime in dialetto napoletano a versi in italiano, incorporando citazioni cinematografiche, letterarie e storie personali. Il risultato è un lavoro che brilla per espressività e complessità metrica, guadagnandosi il rispetto di chiunque ascolti.

    “A.M.E.N.” non è solo un monologo di Oyoshe. Il rapper ha scelto sapientemente i suoi compagni di viaggio, con ospiti come Speaker Cenzou, Livio Cori, Lucariello, Kiave, Drimer, Dope One, Fabio Musta Luca Spenish, Dj Snifta e il rapper americano Copywrite.

    Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Oyoshe, scavando nel cuore e nell’anima di “A.M.E.N.”. Il rapper e producer napoletano ci ha svelato i retroscena dell’album, raccontando la storia dietro il titolo, le influenze delle collaborazioni e la profondità emotiva di brani come “Bestia”, dedicato alla striscia di Gaza.

    L’intervista a Oyoshe

    Cominciamo con l’essenziale. Oyoshe, puoi raccontarci cosa ha ispirato il titolo del tuo nuovo album, “A.M.E.N.” (Al Mondo Esistiamo Noi), e quali messaggi intendi veicolare attraverso questo progetto?

    È dagli esordi che dall’hip hop traggo lo spunto per differenziarmi. Credo di essere ancora abbastanza giovane, ma vanto tanti anni di esperienza perché ho avuto la fortuna di appassionarmi presto, e quindi anche parte della mia persona, oltre la personalità artistica, si è formata in base ai principi di questa passione e cultura. Per anni, prima ancora che esplodesse ovunque, in ogni stereo e canale televisivo, ho maturato oltre che una visione personale, una visione dettata da tutto quello che ci arriva dall’estero, fino a quando non mi sono addentrato in quella che è la scena Italiana, come giovane freestyle e beatmaker, capacità con le quali mi sono guadagnato il rispetto di gran parte della stessa scena, giovane e non. Il ‘’NOI’’ di cui parlo è legato a uno stile di vita, di persona, di modo di fare, ragionare ed essere. Differentemente da oggi, questa musica mi ha insegnato a non omologarmi, e a sviluppare idee e capacità che andassero anche oltre il range della cultura stessa (come la voglia e la necessità di scoprire nuova musica, o di leggere, tanto per esercitare skill inerenti al rap, ai versi e alle rime). L’album vuole raccogliere quelli della mia generazione, ma anche dare un’ispirazione alle generazioni future mostrando che un determinato modo di fare le cose è ancora genuino; non omologarsi, essere l’opposto delle masse, avere un pensiero controcorrente, prestare maggiore attenzione all’ascolto della musica e ricercare tanto nelle cose come i libri e i dischi, questo mi ha insegnato l’hip hop e con quest’album vorrei parlare ai miei simili.

    Oyoshe AMEN cover

    “A.M.E.N.” presenta diverse collaborazioni, tra cui artisti come Speaker Cenzou, Livio Cori e persino un rapper americano come Copywrite. Come hai scelto gli ospiti per questo progetto e in che modo hanno arricchito l’album?

    Ho iniziato a pensare alle featuring quasi a metà del percorso. Non volevo iniziare troppo presto a coinvolgere altri artisti nel viaggio, ma nemmeno troppo tardi. Ho iniziato a farlo quando il concept aveva preso una forma definita, in modo tale da permettere a coloro che hanno collaborato, di immergersi e immedesimarsi al meglio nel concept. I rapper americani sono fondamentali nei miei album, anche perché i miei progetti prendono spunto dalla musica estera in generale, e molto spesso prediligo essere presente nei radar degli ascoltatori dei miei rapper internazionali preferiti. Sono più di 10 anni che coltivo queste collaborazioni, da quando ho pubblicato il mio album come beatmaker “Bring Da Noise 2” nel 2012, dove ho collaborato con i pilastri della scena rap underground di quel tempo.

    Gli artisti Italiani presenti in “A.M.E.N.”, oltre a essere artisti che da sempre seguo e stimo, sono ormai amici e persone che apprezzano realmente il mio operato. Con Livio Cori ci conoscevamo da tanto tempo ma non avevamo mai collaborato. Ero certo che mettendo insieme i nostri stili differenti ma accomunati dalla stessa cultura musicale, sarebbe uscito qualcosa di unico, e così è stato con “TU ‘E STA BUON”. Artisti come Lucariello e Speaker Cenzou invece mi ricordano quanto la sacra scuola di Napoli, da quando sono adolescente, mi coccola, fino ad arrivare a oggi a sentire che artisti come loro oltre ad impegnarsi sempre tantissimo per i miei progetti, prendono spunto da quello che faccio. Per me è un onore assoluto. Di Kiave conosco i suoi freestyle da quando sono piccolo e Copywrite lo ascoltavo quando rappava con Camu Tao e il producer RJD2 ed erano i rapper preferiti della generazione antecedente alla mia, ma anche i miei perché ho sempre reputato importante rispettare e conoscere le radici. Con Spenish ci siamo conosciuti tramite Nex Cassel, e subito ci siamo messi a lavoro quando l’ho coinvolto, infatti cosi come Fabio Musta. Rispetto alle altre tracce co-prodotte con i musicisti, ho dato loro pieno spazio sulle produzioni, essendo marchi di garanzia. Avendo persone, oltre che artisti veri nell’album, sento che il ‘’NOI’’ che sto raccontando è ancora più vero ed esistente.

    Oltre alla tua musica, sei coinvolto in progetti sociali come i laboratori hip hop nelle carceri minorili, nelle scuole e addirittura in luoghi come la striscia di Gaza. Come questi impegni sociali influenzano la tua musica e in particolare questo album?

    Il modo, il periodo e le forme con cui ho conosciuto la cultura hip hop sono stati determinanti per lo sviluppo del mio percorso artistico e personale. Sono sempre stato affascinato dalla storia e dai valori fondativi dell’hip hop, che ho potuto prima assorbire tramite l’ascolto di tanta musica, poi, plasmare nel mio modo di fare e nell’ approccio che ho scelto di adottare in tutte le attività che fanno parte del mio mestiere. Il fatto di arrivare a utilizzare il rap e il music making come strumenti educativi e\o formativi, nei contesti sociali che hai menzionato, è stato tanto un caso quanto uno sviluppo naturale del mio modo di fare. Dopo le prime volte che sono stato contattato per svolgere questo tipo di attività, ho colto l’occasione e con i miei attuali soci è nata un’ associazione di promozione sociale con la quale abbiamo strutturato laboratori e progetti che ci stanno facendo crescere e girare in numerosi contesti che prima non avrei nemmeno immaginato. Si chiama 4 Raw City Sound, e ormai stiamo contaminando quasi tutte le istituzioni del territorio e non solo con le nostre attività e le nostre proposte di progetti… Inevitabilmente tutto questo attivismo sta contaminando la musica e i miei testi, motivandomi e dandomi spunti maggiori per quello che rappresento.

    Come credi che l’hip hop possa influenzare positivamente la società e la cultura?

    l fatto che questa cultura non sia semplicemente solo “musica”… Oggi l’hip hop ha fondato, nel bene e nel male, basi abbastanza solide nell’ambito del mercato, ma non bisogna perdere d’occhio il campo sociale, che si presenta anche come un’alternativa lavorativa per gli artisti del nostro genere. È una piattaforma importante, oltre che per i principi che mantiene e ancora trasmette, perché è un’opportunità lavorativa e uno sbocco per artisti che non rientrato nei canoni odierni del mercato, ma che comunque riescono a restare impegnati e attivi. Ciò significa che si può andare anche oltre gli standard che richiede il mercato dal punto di vista “lavorativo” e quindi avere maggiori opportunità. Vedo l’hip hop come una risorsa fondamentale ormai, per questo coltivo anche il mio lato lavorativo in ambito sociale, perché sta alimentando allo stesso tempo il mio lato artistico, e lascia ai giovani delle future generazioni una traccia importante di me.

    La canzone “Bestia” è dedicata alla striscia di Gaza. Puoi condividere un po’ dietro la storia di questa traccia e come ha influito sulla tua visione e sulla tua musica?

    Più che sulla mia musica, credo abbia influito molto sulla mia persona. È stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita, oltre che sensibilizzarmi di più sull’argomento. Consiglio a chi non l’ha fatto di vedersi il documentario pubblicato su YouTube dell’intera esperienza. È assurdo quello che l’essere umano sia capace di fare. In quei giorni lì ho visto cose assurde, come ridurre di 5 chilometri la striscia agli abitanti di Gaza per dare spazio a un campetto di calcio della Puma, oppure gli ultimi giorni bere acqua che sa di benzina, quindi ho capito veramente cosa significasse il concetto di resilienza, e quanti i palestinesi siano un popolo che da anni sopporta e resiste. Al mio ritorno ho mollato col fumare per un po’ di tempo, e soprattutto mi reputo una persona molto più sensibile. In quei giorni lì ho pianto spesso, e ancora mi capita di farlo quando ripenso o ascolto i miei brani prodotti lì. Anche la differenza tra il brano sulla violenza della guerra scritto lo stesso a Gaza (“JAHIZI”) e quello scritto dopo l’esperienza, con maggiore tempo di riflessione (“BESTIA”), sento una differenza emotiva enorme: il primo avendolo scritto sul posto sembra frutto di un PTSD, invece  in “BESTIA” racconto la visione della guerra e del conflitto con maggiore fermezza e intensità. Jahizi è come una foto delle sensazioni, infatti l’ho scritto in auto al ritorno verso il corridoio di Herez, il giorno della festa del sacrificio, dove per usanza si sacrificano delle mucche, quindi mi sono ritrovato a camminare in uno scenario di strade ricoperte di sangue, anche se questa volta non di essere umani, anche se non è assolutamente difficile trovare anche quello.

    Qual è il messaggio principale che desideri che gli ascoltatori traggano da “A.M.E.N.”?

    Che al mondo esistiamo noi.

    Come vivi l’evoluzione della scena rap italiana rispetto ai tempi in cui hai iniziato la tua carriera, ora che il genere è diventato predominante nella cultura musicale italiana, e ti senti ancora parte di un movimento come all’inizio della tua carriera?

    L’hip hop è una cultura in movimento, e ho sempre pensato che se mi definisco tale, devo essere in continuo movimento anche io. I principi di base sono sempre Peace, Love, Unity and Having Fun, quindi ho sempre pensato soprattutto a divertirmi, e a non cacare il cazzo a nessuno. E oggi che sono più grande mi sento anche più in pace con me stesso, e di conseguenza con tutto quello che succede intorno a questa cultura. Resto curioso nei suoi confronti e sono orgoglioso che, oggi più di prima, le persone sappiano anche solo minimamente che è presente nella vita di gran parte dei giovani, gli stessi che magari oggi, addirittura, possono arrivare a conoscere l’hip hop anche tramite un genitore, essendo questa una cultura di 50 anni.

    Per chi non conosce ancora la tua musica, quale traccia dell’album “A.M.E.N.” consiglieresti come punto di partenza per farsi un’idea completa del tuo stile e del messaggio che vuoi trasmettere?

    Come si dice dalle mie parti, non posso “fare a chi figlio e a chi figliastro”, e i miei brani sono come dei figli per me. Quindi consiglio di ascoltare l’album tutto d’un fiato, come si faceva una volta, e come qualche pazzo come me, fa ancora oggi.


    Il nuovo album di Oyoshe è disponibile su tutte le piattaforme digitali “A.M.E.N.” da oggi, venerì 19 gennaio, per Magma Music e Time 2 Rap.

    Robert M. Generi
    Robert M. Generi
    Chiamami Rob! Sono metà statunitense, metà emiliano, cresciuto tra Seattle e Bologna. Appassionato di football (quello americano! :D), soprattutto tifo per i Seattle Seahawks. Amo la musica di ogni genere, ma il rap italiano mi ha rubato il cuore, spingendomi a scrivere per un magazine italiano. La lingua italiana mi fa impazzire, e cerco di mescolare le mie influenze tra le due culture nella mia scrittura. Stay tuned per scoprire di più sul mio viaggio!

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