martedì, Gennaio 25, 2022
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    “Sicario Su Commissione”: in quel martedì di ottobre in cui uscì l’ultimo disco di Santo Trafficante. L’intervista.

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    In un martedì di ottobre, precisamente il 26, è uscito il nuovo capitolo della storia artistica (e umana) di Santo Trafficante, “Sicario Su Commissione”. Un sequel, rispetto alla longeva carriera del rapper italo-tedesco, che lega il disco ai suoi precedenti attraverso il fil rouge dell’hardcore rap. Pubblicato per Time 2 Rap, “Sicario su commissione” ha, soprattutto, due personaggi principali: Santo, che interpreta se stesso senza filtri e in tutta la sua forza e fragilità, e poi lei. Roma, la città eterna nonché quella dello stesso Santo che – nonostante le sue origini tedesche, di cui rinnova un grande affetto – ne racconta vicende e vicissitudini dai ‘90s.

    HHST ha fatto qualche domanda a Santo Trafficante che ci ha raccontato tantissimo del suo disco – “Sicario Su Commissione” – e della sua musica.

    Ciao Santo, grazie del tempo che dedichi a HHST. Il 26 ottobre è uscito “Sicario Su Commissione”, il tuo nuovo disco. Ultimo lavoro di una carriera iniziata alla fine dei 90s. Cosa rappresenta, dopo così tanto tempo nella scena, questo album per te?

    Per me questo album è un nuovo tassello che aggiungo al mio percorso artistico e musicale. Si tratta in effetti della mia 35esima uscita e sono contento di essere sempre qui a fare il mio rap, e non mi fermerò mai. Con questo disco credo di aver toccato nuovi temi, atmosfere e tasti. Da un lato ho utilizzato suoni per me inediti e dall’altro ho sviluppato nuove tematiche.

    Ci deve essere sempre, secondo me, un’evoluzione tra i vari lavori dello stesso artista e io credo di aver mantenuto la promessa. Quello che distingue questo album dai precedenti lavori, è sia la stretta collaborazione con la Time2Rap, che mi segue dal punto di vista discografico, e dall’altro una cura per “particolare”. Ho studiato tanto la musica di questo disco, un po’ com’è avvenuto con i mei miei album precedenti “L’Anima di Roma” e “Meccanica Bianca”. Questo è anche frutto di una collaborazione con Metal Carter che come amico ha prestato il suo orecchio, ha espresso la sua opinione e mi ha consigliato – sempre con lo scopo di migliorare e arrivare ad un prodotto di alto livello.

    Da un punto di vista strettamente Rap, posso pure dire che questa è l’ennesima prova delle mie capacità come rapper. Io mi considero, con i fatti sulla mano, come uno dei migliori e creativi nel “Rap Game” e questo cerco di dimostrarlo ogni volta che posso – con le rime, le idee e lo stile. Io non mi confronto con gli italiani, io mi confronto con gli americani quando creo. Molti non comprenderanno la mia posizione apparentemente arrogante, ma ti garantisco che dietro a questo atteggiamento si trovano 25 anni di studio, di registrazione, di dedizione e di passione pura. Sono molto umile nella vita, però certe cose le devo dire come stanno.

    Sei uno degli esponenti dell’hardcore rap. E forse è proprio questo, insieme alla tua attitudine artistica, a non inglobarti nelle logiche dell’industria musicale odierna in cui il rap (o parte di esso) si è inserito. Proprio per questo, vorrei chiederti: perché questo album? E perché proprio adesso? Che cosa ti ha spinto a livello sia artistico sia personale.

    Il mio album si contrappone sempre e comunque a tutto e tutti. Io mi vedo come ribelle nato. Ma non il ribelle finto con i tatuaggi in faccia o l’atteggiamento che si ferma all’esterno: sto parlando di ribelle vero, nella sostanza e nei fatti che supera l’estetica e l’apparenza. Io non credo nell’arte “decorativa” e asservita. Io credo nell’arte come un qualcosa che vada contro l’opinione pubblica, contro le banalità, contro le tendenze. E questo lo faccio non fine a sé stesso, ma come approccio critico per gettare luce su stati d’animo, situazioni e pensieri. Cerco di tirare fuori veramente la profondità dalla società e trasporla nel Rap. La mia è perciò anche un’arte assolutamente svincolata da giochi di soldi e di potere. La cosiddetta arte che si mercifica e che viaggia con il mainstream, per me è pura decorazione – e il tempo conferma sempre questa tesi.

    In questo momento storico sento attorno a me questa macchina gigantesca, il capitalismo, di cui siamo tutti parte, in cui lottiamo gli uni contro gli altri per emergere e da cui apparentemente non possiamo uscire. E le persone sono come ipnotizzate. Pure io ne faccio parte e ne vivo tutte le contraddizioni. E questo sistema a volte mi spinge in direzioni in cui in realtà non vorrei andare e che portano solo il male. Per questo “Sicario su Commissione”: alla fin fine siamo tutti di disposti a superare qualsiasi limite morale per raggiungere il nostro scopo – che può essere il lavoro, l’amore, la casa, ecc. Tutto è in vendita e tutto è comprabile.

    Santo Trafficante
    Santo Trafficante, Press

    “Sicario su commissione” rappresenta un po’ il tuo essere e lavorare indipendente: le produzioni del disco sono tue corretto? Tranne la prima traccia di Seco. Come riesci a conciliare scrittura, rime, rap e basi?

    Corretto, tutto il disco tranne “Grazie Gesù” (grazie Seco) e “Bless to be” (grazie Wisk Beats) è stato prodotto da me. Questo modo di lavorare è nato nei lontani anni ’90 da una semplice necessità. All’epoca era veramente difficile trovare persone che producevano, visto che internet era agli albori e la musica Rap ai margini della società. E quei pochi che producevano, almeno qui a Roma, spesso e volentieri non facevano basi che mi entusiasmavano – per mancanza di cultura, di volontà o di capacità. Così ho iniziato a darmi da fare, per produrre le prime basi in casa con mio fratello. Lui poco dopo ha smesso di dedicarsi alla musica, mentre io ho continuato. Piano piano sono diventato a tutti gli effetti autosufficiente nella produzione e soprattutto svincolato dalle persone meno motivate – e nel mio percorso ne ho incontrate tante. Sfortunatamente ho vissuto spesso sulla mia pelle il dover attendere, modificare o sottostare alla volontà altrui per registrare o per avere una strumentale su cui rappare. Questo in passato è stato molto frustrante. Io ho le idee e la volontà di fare, e in questo non voglio essere bloccato da nessuno. Diciamo che mi sono conquistato la libertà creativa.

    Ti posso dire che sono veramente contento di poter raggiungere quasi sempre l’obiettivo che avevo in mente quando faccio la mia musica. Le strumentali che compongo e produco sono tagliate su misura per il mio Rap, sono proprio il mio stile di beat. Infatti di solito, nasce prima la musica e solo in un secondo momento scrivo le parole che mi vengono in mente. Altre volte invece una canzone può nascere dall’ascolto di un beat di qualche amico o conoscente. Capita spesso che sono entusiasta all’ascolto di una base e da quel momento la voglio per creare una canzone. O all’incontrario, il brano può nascere da un’idea a cui cerco di associare una musica, che magari non trovo nel mio archivio. In questo caso mi rivolgo a qualche producer che mi aiuta a creare una strumentale su misura.

    Come è nato il disco? Quanto c’è di Roma (dell’Italia) e quanto delle tue origini tedesche?

    Il disco è nato mettendo insieme vari pezzi. Mi spiego: io registro e scrivo moltissimo. Si tratta di una sorta di esercizio da un lato, per restare sempre in “forma” e dall’altro è un modo per realizzare le idee visualizzate mentalmente. Una cosa è immaginarsi una canzone, ben altra cosa è vederla e sentirla. Lavorando in questo modo, ho accumulato nei mesi un certo numero di canzoni da cui ho fatto una cernita. Questi brani sono successivamente confluiti nell’album in questione. Riguardo a Roma, posso dire che la mia città è sempre al centro della mia musica. È una città fantastica ed unica da molti punti di vista, ma anche difficile e odiosa per altri versi. Non nego che c’è una sorta di amore e odio nei confronti della città eterna. Roma la vedo come luogo in cui avvengono tante vicende umane, ma anche fatti più o meno straordinari: amori, crimini, amicizie, politica, affari.

    Tutto questo variegato mondo che mi circonda e in cui effettivamente vivo, fluisce sempre all’interno della mia musica. Cerco di filtrare Roma attraverso le mie rime e così pure di comprenderla più profondamente – i suoi meccanismi e il suo scorrere a volte insensato.Contemporaneamente mi vedo anche come rappresentante di questa città. La nomino spesso e faccio ampio uso dello slang romano moderno (“Roma o morte, a Roma svolte, Roma è n’vortice, de Roma scordate”). È una 3° lingua madre per me e la rispetto come tale. Comunque, nonostante tutte le critiche mosse, sempre in modo costruttivo, non posso non essere orgoglioso di Roma.

    Le origini tedesche si fanno sentire soprattutto nel mio modo di rappare e nello slang, che rappresentano una sorta di fusione tra culture e lingue. Ho avuto tante ispirazioni come rapper, diverse di queste venivano proprio dalla Germania. Inoltre nomino relativamente spesso anche oggetti e situazioni relativi alla Germania, per esempio su “Love you” rappo: “South Bronx gangsta shit il mio mood, Santo Ehre und Blut, in borse loot…”. Mi piace creare immagini audiovisive sempre nuove ed originali, qualcosa che faccia riflettere anche per un solo istante. Non mi accontento degli stereotipi.


    Italo-tedesco: binomio interessantissimo culturalmente e musicalmente. Come ha influito, se l’ha fatto, nel corso della tua carriera?

    Il fatto di avere queste due culture alle mie spalle, per me è una grande fortuna di cui sono conscio. Coltivo e amo entrambe le lingue e culture e soprattutto le tengo vive. Infatti leggo libri, ascolto musica, scrivo e penso in entrambe le lingue. Mi appartengono entrambe completamente. La dualità italo-tedesca, da sempre mi permette di osservare e studiare il mondo contemporaneamente da due punti di vista quasi contrapposti. In effetti si tratta di due mondi quasi agli antipodi per quello che riguarda la cultura e la lingua (nonostante i tantissimi legami), che in me però cerco di far conciliare: idealmente vorrei prendere il meglio da entrambe le culture. E questo cerco di farlo valere anche nella mia musica. Questo contrasto culturale intrinseco, credo che sia anche “responsabile” della mia filosofia personale ed artistica. Di solito mi muovo tra estremi, soprattutto nella musica: amore e odio, vita e morte, oro e fango, musica e rumore, rime e non-rime, tutto e niente. Ascoltando la mia musica si capisce che navigo tra sentimenti molto diversi (passando da “38 daa Roma” a “Sono”), il ché secondo me conferisce profondità e dimensionalità alla mia arte. Nella mia carriera grazie a questo bilinguismo, ho collaborato spesso con rapper tedeschi e inoltre ho prodotto più di un disco esclusivamente in tedesco, come per esempio “Weisse Waffen” del 2019. La Germania è sempre la mia “Heimat” e spesso mi manca.

    Time2Rap Records: quanto è importante per te e come ti fa sentire essere parte di un’etichetta (famiglia) indipendente. Della stessa fa parte anche qualche artista presente nel disco, sbaglio?

    Sono felicissimo di far parte di una piccola “famiglia”, in cui mi sento parte di qualcosa di più grande, un fatto che mi motiva e mi spinge a migliorare sempre. Per tutto il mio percorso artistico, ho sempre cercato di costruire delle aggregazioni tra persone e credo fortemente nella collaborazione. Sono certo che la Time2Rap avrà un futuro radioso e spero che la nostra collaborazione continui in modo proficuo. Della Time2Rap sul disco sono presenti ovviamente Metal Carter, su tre tracce diverse, e Suarez sulla posse track “Ultraviolence”. Ringrazio ancora Metal Carter per aver sempre creduto in me e per la sua amicizia.

    Scena hardcore rap degli inizi (i tuoi) e di oggi: com’è cambiata? Come la trovi? Come si approcciano, se lo fanno, le nuove generazioni?

    Una volta la scena del Rap era molto povera, piccolissima e quasi segregata dal mondo “normale”. Non a caso, gli unici luoghi che ci hanno sempre accolto e sostenuto, soprattutto negli anni ’90 e ‘00, sono stati i centri sociali, che grazie alla loro visione anti-sistema, hanno appoggiato pure la nostra musica, almeno allora, anti-conformista. Ricordiamocelo sempre, il Rap e la cultura Hip-Hop nascono come controcultura e le tematiche trattate in passato erano tutt’altro che facili da digerire per il mainstream. E pure a Roma si faceva musica con uno spirito da mohicano: non esisteva un vero mercato, non c’erano grandi concerti e non si vedevano sbocchi di successo nel senso classico all’orizzonte.

    La musica Rap, soprattutto qui in Italia, si faceva a prescindere e senza pretese “mondane”. Si lavorava per la fama e la gloria: fare soldi un tempo sarebbe stata una pura illusione. Oggigiorno non esiste più questo spirito di sacrificio e di dedizione fine a sé stesso, il ché ha reso meno puro il prodotto contemporaneo. Si fa qualcosa solo per avere un ritorno “sicuro”. Non ci si dedica a qualcosa per pura passione, ma per “svoltà”, per diventare ricchi e famosi. Ma non ti nascondo che sono contento che la musica Rap è cresciuta fino a diventare un fenomeno mainstream, che dà la possibilità a tanti di guadagnarsi il pane e vivere con la musica. Diciamo che i lati positivi prevalgono, visto che sono cambiati totalmente i tempi. Pure il Rap moderno e la Trap, hanno qualcosa di interessante, mi piace ascoltarla e spesso sperimento anche io con questi suoni nuovi. Non bisogna mai bloccarsi nella nostalgia, ma al contrario proseguire con uno spirito critico e competente.

    “Sicario su commissione”: la tracklist è una sorta di decalogo che porta ad essere, nel contesto, un sicario su commissione? Cosa ci dici invece dell’artwork?

    Si potrebbe leggere in questo modo effettivamente. Partendo da “Grazie Gesù” che rappresenta una sorta di preghiera malsana, a “38 daa Roma”, un inno alla violenza cieca e alla follia individuale, a “Come uccidere il tuo miglior nemico”, la spiegazione in rima, di come eliminare qualcuno senza farsi prendere. Sì, teoricamente questo disco potrebbe trasformare una persona in killer: le parole e le atmosfere trasmettono proprio questo. Ma solo teoricamente. Appena si spegne la musica, finisce il viaggio. Bisogna sempre ricordarsi che si tratta di musica (in qualsiasi caso) e perciò è qualcos’altro rispetto alla realtà. Secondo me questo disco è ottimale per tirare fuori tutta la rabbia che si può accumulare nel corso di una giornata e gettarla via alla fine di un ascolto. Ma è anche perfetta in macchina per “scoattare” in giro per la città e distinguersi con un suono più raro che unico. Questo disco è Rap, e come Rap è molto prepotente ed aggressivo. Comunque credo che ognuno probabilmente troverà la sua chiave di lettura personalissima.

    Parlando dell’artwork, l’ho creato interamente io e le foto sono state scattate da mio fratello. La copertina alla larga prende spunto sia da Malcolm X, ritratto nella stessa posa, che dalla Boogie Down Production, con una copertina ispirata a quest’ultimo. Non è solo un’ispirazione, ma anche una dedica sentita ad entrambi: Malcolm X è il ribelle spirituale del nostro secolo per eccellenza, un qualcosa che ammiro e che merita di essere ricordato. La Boogie Down Production invece rappresenta una tappa fondamentale dell’Hiphop e con questo voglio dare rispetto a chi mi ha preceduto e gettato le basi della cultura di cui oggi parliamo. Inoltre all’interno del booklet, sono presenti riferimenti ad altre persone e personaggi – insomma, tanti altri dettagli da scoprire. In pratica questo artwork, oltre a scioccare e mostrare Santo, vuole essere pure un racconto “storico” sul nostro passato. Più di una semplice cover, racconta varie storie ed ha profondità. Io credo che sia fondamentale avere una conoscenza e una coscienza storica, per sapere chi siamo, da dove veniamo e dove andremo.

    Camilla Castellani
    "A Spike Lee joint" IG @mimirtilla