lunedì, Settembre 27, 2021
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    Full Moon Confusion Desert Edition: il flow mistico di Jangy Leeon

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    Che bello ascoltare della musica quando è fatta per la musica stessa. Purtroppo oggigiorno non sempre succede e forse, è una pratica che su lungo periodo potrebbe andare a perdersi. Lo si dice – oggettivamente – col cuore un po’ rotto e un po’ in fibrillazione per tutti quei singoli e album che saranno densi di voglia di suonare, scrivere e produrre senza troppe spiegazioni. E dunque, se questi sono giorni da segnare, annotiamoci il 22 luglio 2021: Jangy Leeon pubblica “Full Moon Confusion Desert Edition”. Noi di HHST ci siamo persi nel suo flow mistico e ne abbiamo voluto sapere di più. L’intervista:

    Jangy Leeon, Ph by Mattia Guolo

    Il 22 luglio è uscita la “Desert Edition” di “Full Moon Confusion”, il tuo ultimo album. Come mai la scelta di questo titolo per la seconda parte del disco?

    Perché il mood di “Full Moon Confusion”, nella sua parte più mistica, si rifà a un ambiente desertico che avevo già anticipato in tracce come “Lost In Space” nella prima parte del disco. Nella “Desert Edition” i contenuti e il sound si rifanno appunto – anche, ma non solo – a questo tipo di contesto.

    Cover album di “Full Moon Confusion” e “Full Moon Confusion Desert Edition”. Ti va di raccontarci i concept?

    Puramente mistico. Un disco come è un viaggio. Io ho voluto raccontarlo, trasportare l’ascoltatore all’interno delle tracce come se avesse bevuto una tazza di ayahuasca. Nulla è lasciato al caso: il deserto e tutti i riferimenti ad esso erano già parte della prima versione. Poi Mattia Guolo, come al solito, è stato eccellente a realizzare un artwork che rappresentasse visivamente ciò che avevo in testa e come volevo comunicarlo

    Jangy Leeon "Full Moon Desert edition"

     “Full Moon Confusion” prima, “Desert Edition” poi. Hai scritto tantissimo nell’ultimo anno. Come è nato il progetto? E com’è stato il processo di scrittura?

    La prima parte di scrittura è stata più lenta: rispetto ai miei lavori precedenti penso di aver fatto un passo in avanti non indifferente, sia nella semplificazione dei testi – quindi nella loro intellegibillità per l’ascoltatore – sia a livello di sound e contenuti. C’è stata un’evoluzione artistica e ciò ha comportato più tempo. Nella seconda parte del disco – che ho scritto nel 2021 – è stato tutto più naturale, proprio perché avevo già affrontato questo passaggio. Infatti penso che possa essere anche più evidente proprio alle orecchie dell’ascoltatore.

    Da “L’Era Della Bestia” a “Full Moon Confusion”: cos’è cambiato nella tua musica e cosa invece è rimasto fino a diventare la tua cifra stilistica? Penso alle sonorità latine e della West Coast.

    Esatto. Il timbro latino penso che sia generalmente riconosciuto come parte integramente del mio bagaglio ormai, e ne vado fiero perché mi contraddistingue. “L’Era Della Bestia” è un mio classico, a suo tempo mi ha fatto fare un notevole salto di qualità. Ora ho un timbro più chiaro, più naturale e i testi sono meno ingarbugliati, pure senza perdere carica o attrattiva. O almeno, è quello che penso e quello che mi riferiscono i miei collaboratori più stretti: sono lo stesso di quel disco ma 2.0.

    Nei tuoi pezzi (e album) hai sempre molte collaborazioni, tra producer e featuring, con artisti differenti. La presenza di tanti artisti, dunque tante teste e stili fa parte del tuo processo artistico?

    Fa parte del processo artistico di chiunque perché consente di mettersi alla prova e confrontarsi con altri artisti. Fa anche parte di un processo commerciale e virale che, volente o nolente, è parte di questo “gioco”. Se ci fai caso, comunque, in “Full Moon Confusion” ho tante collaborazioni ma su 15 tracce della prima versione 10 sono esclusivamente miei singoli. Lo stesso vale per la “Desert Edition”: su 8 tracce 5 sono singoli miei.

    Il 2006 è l’anno della Mad Soul Legacy. Con la tua crew tenete alta la bandiera dell’Hip Hop nonostante il movimento, mi riferisco al rap in particolare, sia cambiato molto. Come avete percepito, da crew, un mutamento così forte della musica?

    Onestamente non bene qui in Italia. Personalmente mi sembra che la gente sia ancora troppo attaccata ai trend senza percepire mai veramente l’essenza di questa cosa chiamata Hip Hop, che sistematicamente ritorna in maniera prepotente perché è la base di tutto. Fa pensare come certi artisti, che precedentemente, hanno più volte girato le spalle al genere “più classico” per fini commerciali non discutibili, decidano di ritornare con questo tipo di impostazione. Tanto la gente non ricorda niente: e alla fine comanda o fa un po’ il cazzo che vuole, chi sta alla testa di questo vagone italiano. La mentalità italiana è il più grosso fardello per questa cultura e non genera sicuramente un sistema critico o meritocratico.

    Hai un passato da writer. Dipingi ancora? Trovi similitudini e/o differenze tra l’evoluzione del Graffiti Writing e del rap da quando hai iniziato ad oggi?

    Si, ho ripreso recentemente a dipingere e mi sono divertito come un bambino. Ora mi è ritornata la scimmia e voglio riprendere regolarmente più spesso. Sicuramente c’è stata un’evoluzione anche sotto questo profilo, ma io riprendo da dove avevo lasciato, infatti i miei amici dicono che ho uno stile vecchia scuola, ma che a me gasa parecchio.

    Cosa significa per te essere un artista indipendente?

    Tanto. Dipendere solo da se stessi e non fare affidamento a terzi, per quanto riguarda il tuo lavoro, decidere tutto in prima persona: insomma, le sconfitte e le vittorie sono solo tue. Ti confesso che ultimamente sto valutando di tornare al 100% indipendente anche a livello digitale. Per esempio, ci sono artisti come Vacca, che nonostante possa essere considerato da molti un personaggio controverso, per me è d’ispirazione. Sotto questo punto di vista è uno con le palle quadrate: non è semplice sapersi gestire da soli.

    Milano e il rap. Com’è cambiata la tua città da quando hai iniziato a fare musica ad oggi? E come il rap ha cambiato, se l’ha fatto, l’immagine di Milano?

    Il rap ormai è moda, è trend, come ho detto recentemente. Chiunque parla di rap, anche ai massimi sistemi, nelle robe che muovono il mercato. Spesso non c’è un livello alto di artisti rap. Non per tutti è così però. Quando vedo artisti come Silent Bob e Sick Budd, per esempio, che si formano da soli e che riescono a ottenere più che un discreto successo, la roba mi fa ben sperare. Detto ciò, vedo girare un sacco di gente intorno a questa storia del rap solo per interessi personali ma che realmente non ne capisce un cazzo: il tutto solo perché trend. E Milano è la città della moda. Vedo artisti che hanno denigrato il rap parlare di rap come se gli appartenesse, o comunque sfruttare gli stessi canali: questo è avvilente. Detto ciò, sono contento che la cultura, poco alla volta, stia permeando il substrato della città: le persone valide, in questo senso, hanno la responsabilità di insistere, anche se è difficile raccogliere i dovuti riconoscimenti.

    Camilla Castellani
    "A Spike Lee joint" IG @mimirtilla