È il 6 Gennaio e Genova è in fermento. Siamo al secondo giorno dell'hip-hop festival che si apre con le fasi eliminatorie delle battle di freestyle. Sul palco artisti da ogni zona d'Italia che provano a guadagnarsi il posto alla finale che si svolgerà verso fine serata, prima dell'ultimo live.

Sono circa le 19.30 e iniziano i concerti. Le consolle scratchano, i microfoni si scaldano, la folla scalpita. È un avvicendarsi di generi e approcci musicali diversi. Passiamo da Effementi Overkill Army a Stokka & Mad Buddy. Salgono poi Suarez, Il Turco e Mr. Phil e l'ambiente si prepara all'ondata riottosa e rivoluzionaria dei DSA Commando.

Ed è così che, dopo ore di old school '90, sale in cattedra il professore. Arriva Murubutu. Da lì l'andazzo cambia. Se prima si è sentito parlare di società, di senso di rivalsa, di autocelebrazione, di MC, beat e mic, adesso è il turno di un vero e proprio narratore. Se fino ad ora abbiamo sentito rappare chi sta male per quello che c'è fuori e per quello che vive, ora il testimone passa a quelli che soffrono per ciò che hanno dentro, per come vedono il mondo, per quello che passa attraverso le sinapsi e non solo sulla pelle.

E per l'appunto sentiamo il rapper emiliano parlare di viaggi, di amori interrotti, dell'eternità del mare e della dirompenza del vento, di vecchie moto abbandonate e di sogni infranti. Giunge l'ora di suonare Scirocco (Featuring con Rancore nell'album L'uomo che viaggiava nel vento ) e Murubutu fa una piccola intro, scolpendo parole indelebili: "I migranti sono i protagonisti della nostra epoca."

Tra scroscianti applausi della folla, il microfono passa in mano a Claver Gold, che da Ascoli Piceno porta quelle note di dolore che l'hanno accompagnato lungo la sua esistenza, costellata da amori infranti e incomprensioni. Tutto con il sottofondo di quella che è stata la sua croce fino al non troppo lontano 2010: l'eroina. E tra le paranoiche danze di un mondo crudele e infame, si prendono spazio pezzi come Ballo coi lupi, C'è qualcosa che non va, Anima nera etc. Così, mentre sembra di vivere un'allucinazione, di stare impazzendo insieme a lui, con i suoi sogni macabri e cupi, si arriva alla conclusione, a scovare un Soffio di lucidità.

Si ritorna al mondo del freestyle, è la finale e viene procalamto campione Shame, dopo 5 minuti di 4/4 a tema libero e altri 5 minuti a tema "sport".

Ora serve la somma conclusione. Qualcosa che unisca tutto quello che è passato fino ad ora: improvvisazione, old school e conscious. Chi meglio dei Good Old Boys?

Danno e Masito come sempre magistrali, MC nel vero senso del termine: sono i maestri di una cerimonia grandiosa. Accompagnati da Kaos One, che forse non lo si vedeva così carico ed energico da una vita. Urla, incita la folla, si agita sul palco che manco Mauro Repetto se avesse conosciuto l'hardcore. La fine era prevista per l'una di notte. Con un ritardo tanto ampio quanto goduto, alle due e mezza, si chiude il tutto con un omaggio a Primo Brown (R.I.P.) e un applauso collettivo.

I ringraziamenti vanno allo staff e all'organizzazione, che sono stati capaci di mettere in piedi uno show coi fiocchi e di riportare alla folla qualcosa che troppi in Italia considerano morto. Infiniti applausi li meritano tutti gli artisti che ci hanno fatti saltare, pogare, inferocire e commuovere. E poi, che dire, un inchino a Genova che si è unita, tra la salsedine e il vento, per ricordare al mondo che quello che cantava Gemitaiz nel 2013 è ancora vero:

"Che confusione! Non si capisce come!

Adesso il rap è il genere che trasporta la nazione."

 

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